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Il dropshipping è un modello di business online originario degli USA, che recentemente ha preso piede anche in Italia spinto dalle dinamiche che si sono venute a creare post pandemia da Covid-19. In questo articolo scopriamo nel dettaglio di cosa si tratta, perché conviene, e passo per passo tutti gli step da seguire per poter aprire la propria attività di dropshipping.

Che cos’è il dropshipping

Il concetto che sta alla base di questo nuova tipologia di business è molto semplice: il venditore acquista la merce dal proprio fornitore soltanto dopo aver concluso la vendita al cliente finale. Parliamo di un modello applicabile soltanto ai negozi online, per i quali non è più necessario avere a disposizione un magazzino né realizzare ordini con pagamenti anticipati al fine di avere fisicamente disponibili i prodotti da vendere.

Il venditore costituisce semplicemente un canale tra l’acquirente e il grossista, che si incaricherà direttamente dell’imballaggio e della spedizione dei beni. Questi ultimi vengono acquistati e pagati dal gestore dell’ecommerce nel momento in cui l’ordine viene confermato dal cliente, evitando così di dover fare i conti con rimanenze in magazzino e di incorrere in difficoltà nella vendita delle stesse.

Durante tutto il processo, il grossista resterà anonimo: sarà infatti il venditore a rispondere al compratore in caso di problematiche, rallentamenti nella spedizione o non conformità dei prodotti, nonostante non sia lui il diretto responsabile di tutti questi processi logistici. Allo stesso modo, è la reputazione del venditore ad accrescere quando l’attività procede al meglio e i clienti sono soddisfatti, sebbene di fatto la merce non venga da lui realizzata, né imballata, né spedita.

La vendita in dropshipping è diventata sempre più popolare grazie ai numerosi vantaggi che offre, primo fra tutti la possibilità di dar vita al proprio business senza la necessità di investire grandi capitali. Non servendo più un magazzino per stoccare la merce, personale per imballare i pacchi, corrieri per la loro spedizione, né tantomeno ordini anticipati al grossista, il venditore avrà la possibilità di canalizzare tutte le risorse nella costruzione del sito web e nelle sponsorizzazioni per promuovere la propria azienda. In questo articolo avevamo parlato nel dettaglio di tutte le strategie attuabili per avere successo nella vendita online.

Ovviamente è necessario tenere in considerazione le spese legate all’apertura di un nuovo ecommerce, il salario di eventuali dipendenti e collaboratori, così come le tasse che verranno applicate come succede per tutte le altre imprese. Tutto sommato, è possibile partire con un budget molto più limitato rispetto a quanto accade nel caso delle tradizionali attività, sia online che offline.

Pro e contro del dropshipping

Tutti sappiamo quanto negli ultimi due anni le abitudini di consumo dell’intera popolazione siano mutate (come avevamo già visto qui), spianando ancora di più la strada all’online a discapito dei negozi fisici. Il dropshipping è la nuova frontiera dell’ecommerce, che garantisce numerosi benefici a chi vi ricorre. Innanzitutto, come citato in precedenza, il capitale di investimento sarà veramente esiguo: parliamo di circa 8/10 mila euro annui, considerando le spese per l’hosting dell’ecommerce (variano a seconda delle piattaforme a cui ci si affida), i costi delle pubblicità (un investimento di 200€ mensili è un buon punto di partenza), e le tasse comprensive di apertura di partita IVA, contributi e commercialista. A queste cifre si aggiungerà il salario di eventuali dipendenti e collaboratori.

Dopo aver parlato dei (bassissimi) costi per l’apertura di un negozio online in dropshipping, è il momento di valutare i margini di guadagno che, nella maggior parte dei casi, risultano veramente vantaggiosi toccando il 30%: in generale, un margine medio che si attesti tra il 15% e il 20% è ottimo.

Un altro grosso vantaggio riguarda i fornitori: grazie al dropshipping sono in grado di raggiungere un bacino di utenti ancora più ampio, a condizioni davvero competitive.

Questo modello di business, tuttavia, presenta anche alcuni aspetti negativi che è bene tenere in considerazione prima di gettarsi a capofitto.

Il principale per il venditore è il rischio di avere a che fare con fornitori disonesti, che mineranno di riflesso la reputazione della propria attività. Una cattiva gestione delle spedizioni, poca attenzione negli imballaggi, mancanza di reale disponibilità in magazzino, sono tutte evenienze che rischiano di compromettere seriamente la buona riuscita del business.

Inoltre, considerando che molti grossisti provengono da paesi asiatici, Cina principalmente, è possibile che il compratore incorra in tasse doganali, in particolar modo superando certe soglie di spesa.

Tutti questi inconvenienti possono essere, se non del tutto evitati, per lo meno arginati scegliendo accuratamente i propri grossisti, diffidando da coloro che propongono prezzi ben al di sotto della media e di cui non è facile reperire recensioni, feedback e informazioni dettagliate.

Come fare dropshipping nella pratica

Il processo per l’avviamento di un’attiva di dropshipping online assomiglia molto, almeno nella fase iniziale, all’apertura di qualsiasi altra attività commerciale. Per prima cosa è necessario avere una partita IVA, il codice ateco 479110 e l’iscrizione al registro delle imprese. Dopo di che andrà fatta la registrazione all’INPS, la segnalazione dell’apertura allo sportello SUAP del proprio comune, e la scelta del regime fiscale al quale ci si vorrà attenere.

Una volta mossi questi primi passi, bisognerà prendersi del tempo per condurre un’indagine approfondita del mercato d’interesse: trovare una nicchia ancora non affollatissima è imprescindibile se si desidera che il business abbia successo. In secondo luogo, è necessario definire l’identità del marchio: chi vogliamo essere e come vogliamo apparire ai potenziali clienti? Unicità e carattere sono fondamentali per distinguersi dalla massa ed essere facilmente ricordati dal pubblico.

L’ultimissimo passo prima di iniziare, e anche uno dei più importanti, è la scelta dei fornitori. Questi ultimi sono coloro che determineranno la riuscita o il fracasso dell’attività grazie alla qualità dei loro servizi.

Tra i principali requisiti devono esserci:

-Spedizioni tracciabili in ogni momento, affidate a corriere conosciuti ed efficienti

-Offerta di diverse modalità di pagamento

-Disponibilità di resi e rimborsi a termini vantaggiosi per il cliente finale

-Possibilità di reperire recensioni e feedback sulle esperienze pregresse dei fornitori

-Discrezione nell’invio dei prodotti, che non devono far riferimento in nessun modo al grossista ma solo al venditore

Esistono tantissime piattaforme online dove è possibile entrare in contatto con i migliori dropshipper italiani e globali, suddivisi per categoria di appartenenza. Alcune richiedono un canone per l’iscrizione iniziale, mentre altre sono completamente gratuite e fruibili da chiunque. Tra le più famose troviamo LightInTheBox, BigBuy, PrezzoOK, Aliexpress, B2BGriffati…

Non vi resta che scegliere il settore e dare il via alla vostra attività di dropshipping!

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L’ambient marketing è una strategia di comunicazione molto in voga negli ultimi anni, incentrata sullo sfruttamento dell’ambiente circostante come suo attore fondamentale. Si tratta di una strategia non convenzionale, basata sull’effetto sorpresa e in grado di catturare l’attenzione del pubblico grazie alla sua notevole creatività. Vediamo nel dettaglio di cosa si tratta e come sfruttarla al meglio.

Cos’è l’ambient marketing

Come sappiamo, il marketing è una disciplina in continua evoluzione che, più di tante altre, necessita di mantenersi al passo con i tempi e con i cambiamenti che avvengono all’interno della società e dei suoi membri. L’ambient marketing è un perfetto esempio di strategia innovativa e contemporanea: la sua ideazione risale appena al 1996 quando un’agenzia di comunicazione inglese sentì l’esigenza di arrivare al proprio pubblico tramite un’iniziativa coinvolgente e creativa, che attirasse l’attenzione come le tradizionali campagne di marketing non erano più in grado di fare. Piazzò quindi inserimenti pubblicitari nelle stazioni di benzina e nei bagni pubblici, luoghi fino ad allora inesplorati dal punto di vista della comunicazione, ottenendo enorme successo e coniando il termine “Ambient Marketing”.

In questa strategia l’ambiente gioca un ruolo fondamentale, e viene utilizzato per veicolare messaggi in grado di aggiudicarsi istantaneamente l’interesse del pubblico. Al giorno d’oggi siamo costantemente bombardati da inserzioni e pubblicità, motivo per cui il nostro livello di attenzione è ormai bassissimo. Per attirarla è necessario ideare qualcosa di insolito, accattivante e impossibile da non notare, anche per coloro che non rientrerebbero normalmente nel targeting del determinato prodotto o servizio.

L’ambient marketing si basa su un fattore chiamato UVP – Unique Value Proposition: è proprio facendosi notare che l’azienda mette nero su bianco tutti i vantaggi che il consumatore otterrebbe scegliendola a discapito dei competitor.

Obiettivi e vantaggi dell’ambient marketing

L’obiettivo primario della strategia di ambient marketing è l‘espansione della brand awareness: tramite l’effetto wow, si catalizza l’attenzione del pubblico, rendendo molto più facile la memorizzazione del marchio. Rispetto ad altri strumenti di marketing, quello ambient è in grado di raggiungere un numero davvero elevato di persone, non soltanto le facenti parte del proprio target, ma anche tutti coloro che si trovano di passaggio nel luogo coinvolto con l’iniziativa. La curiosità suscitata, unita alla creatività del progetto e all’impatto sorprendente, sono capaci di elevare in pochissimo tempo e a costi molto ridotti la popolarità e l’immagine del brand.

Per fare ambient marketing, infatti, non sono necessari capitali smisurati ma unicità e innovazione. Se per esempio ci ritrovassimo a passeggiare in un giardino pubblico i cui i cespugli sono stati trasformati in tazzine da té (iniziativa sviluppata dal colosso Lipton), ne saremmo indubbiamente affascinati, al punto da voler condividere sui social foto e video del momento. La campagna di ambient marketing dà così i suoi frutti, senza il bisogno di appellarsi ai classici e talvolta noiosi cartelloni pubblicitari.

I risultati di questa strategia, a differenza di altre, sono più difficili da registrare tramite metriche e statistiche come la copertura e la visibilità, perché il tutto verte su impressioni che i passanti e i fruitori di determinati luoghi hanno nei confronti di installazioni, oggetti, cartelli pubblicitari interattivi e altri prompt di questo tipo.

L’essenza dell’ambient marketing è la capacità di inserire spunti pubblicitari dove meno ce lo si aspetta, utilizzando l’ambiente circostante come elemento indispensabile: si possono sfruttare parchi, palazzi, piazze, fermate dell’autobus, ma anche luoghi al chiuso come centri commerciali, toilette pubbliche, metropolitane…

L’effetto sorpresa che caratterizza questa strategia appartiene anche a un’altra importante tipologia di marketing anticonvenzionale di cui avevamo già parlato qui, ovvero il Guerrilla Marketing. Quest’ultimo inserisce messaggi pubblicitari ovunque, non solo nello spazio che circonda gli utenti: l’ambiente diventa quindi una componente secondaria e del tutto facoltativa. Non si può dire lo stesso dell’ambient, che cesserebbe di esistere senza il coinvolgimento di luoghi e spazi definiti.

Esempi di ambient marketing

L’ambient marketing è una strategia molto amata dai colossi dell’industria come CocaCola, McDonald’s e Ikea. Vediamo alcuni esempi delle loro installazioni più note.

McDonald’s sfrutta spesso questo tipo di approccio, arrivando ai consumatori tramite luoghi pubblici estremamente frequentati e di passaggio quotidiano. Una delle sue iniziative più famose riguarda la creazione di tazze di caffé e confezioni di cartone altezza uomo, da posizionare presso parcheggi e fermate dell’autobus. Oppure ancora la trasformazione delle strisce pedonali in patatine fritte, dipingendole di giallo e aggiungendo alla base il disegno dell’iconico contenitore rosso.

Ikea utilizza l’ambient marketing già a partire dai propri store, dove i mobili e i complementi d’arredo vengono esposti in modo da ricreare veri e propri ambienti casalinghi, nei quali i possibili compratori possono immedesimarsi e scegliere così più facilmente. Ma non è finita qui! Più volte il colosso svedese ha messo in piedi iniziative nelle piazze delle maggiori capitali europee, ricreando stanze fatte e finite in cui attori designati svolgevano scene di vita quotidiana di fronte alla folla incredula.

Ultima ma non per importanza citiamo CocaCola che in occasione del film 007 Skyfall, creò in diverse fermate della metropolitana un’esperienza interattiva con il pubblico, regalando il biglietto per la proiezione cinematografica della pellicola a chi fosse stato in grado di superare la prova. Il tutto accompagnato dalla colonna sonora del film suonato da violinisti in carne e ossa!

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Il marketing odierno non sarebbe lo stesso senza la presenza degli influencer: personaggi di spicco che condividono le loro esperienze di vita sui social network, influenzando le esperienze di acquisto degli utenti.

Ma oramai lo sappiamo, la tecnologia si evolve sempre più velocemente ed è necessario restare al passo; con l’avvento del metaverso, anche la figura degli influencer è destinata a subire una trasformazione, diventando virtuale. Scopriamo quindi insieme chi sono i Virtual Influencer e cosa fanno.

Cos’è il metaverso

Partiamo dalle basi: prima di addentrarci nell’analisi del fenomeno degli influencer virtuali, è necessario dare una definizione (o per lo meno tentare) al famigerato metaverso. Questo termine, coniato nel 1992 dall’autore Neal Stephenson, fa riferimento a un mondo virtuale che si appoggia a internet per il proprio funzionamento. Nel 2021, tale visione risalente a ben 30 anni prima prende finalmente forma grazie al progetto di Zuckerberg, che ha dapprima cambiato il nome di Facebook in Meta, per poi lanciare il proprio Metaverso. Uno spazio virtuale immersivo, ben diverso da un’attività ludica o da un videogioco, ma una vera e propria piattaforma in cui è possibile partecipare a esperienze “reali” senza mettere piede fuori di casa. Nel metaverso si può infatti prendere parte a pranzi e cene con amici, andare in discoteca, assistere a eventi pubblici, concerti e manifestazioni, provare sport estremi e anche avere relazioni con altri individui. Per entrare nel metaverso è necessaria la creazione di un proprio avatar, che interagirà con tutti gli altri presenti nel mondo virtuale. Chiunque può accedervi, basta semplicemente avere a disposizione una connessione internet e un dispositivo idoneo a questo tipo di esperienza.

Il metaverso cela un potenziale sconfinato sin dalla sua ideazione oramai decenni fa: tantissimi imprenditori, società e personaggi famosi stanno infatti già investendo parte del loro capitale in questa mondo alternativo, vista la prospettiva per il prossimo futuro secondo la quale tutto, ma proprio tutto, sarà dotato della propria rappresentazione virtuale. Luoghi, persone, marchi, imprese esisteranno anche nel metaverso. La stessa cosa vale per il fenomeno degli influencer, ora come ora molto attivi su piattaforme come Instagram, Tik Tok e Youtube, ma che ben presto dovranno “trasferirsi” o per lo meno insediare il proprio avatar anche nella realtà sintetica.

Chi sono e cosa fanno i Virtual Influencer

Negli ultimi due anni gli assetti economici, sociali e comportamentali dell’intera popolazione mondiale sono profondamente cambiati.

In un momento in cui il mondo esterno costituiva una minaccia, è stata intensificata la presenza online, portando alla creazione di realtà virtuali oramai già consolidate. I primissimi virtual influencer sono nati nel 2020 in Asia, dove il fenomeno è diventato in pochissimo tempo virale, e costituiscono oggi un punto di riferimento non soltanto per gli utenti ma anche per le aziende con cui collaborano. Si tratta di rappresentazioni sintetiche di persone realizzate da squadre di designer e professionisti del web marketing, appellandosi ai canoni estetici attualmente in vigore nel Paese di provenienza. Se alcune volte questi avatar vengono realizzati utilizzando modelli umani a cui vengono poi cambiati i connotati, in altre occasioni la produzione è al 100% computerizzata.

Prima ancora di spostarsi totalmente nel metaverso, i virtual influencer lavorano su Instagram, il social network al momento più gettonato e redditizio, dove condividono scatti della propria “quotidianità”, sponsorizzano prodotti e si fanno portavoce di cause sociali importanti e in linea con la loro filosofia, precedentemente delineata dai creatori.

Sono numerosi i VI (detti anche CGI – Computer Generated Imagery) che stanno riscuotendo successo sui social, non soltanto in Asia ma anche in occidente: prendiamo per esempio Imma, la più celebre in Giappone, Rosie in Corea, Lil Miquela da Los Angeles o Shudu, originaria del Sudafrica. Se le prime due sono influencer di lifestyle, Lil Miquela con i suoi 3 milioni di follower è un’attivista impegnata nella causa del black lives matter, mentre Shudu, oltre a essere la primissima top model digitale, si impegna nel supporto della comunità di donne colore.

Accanto al lavoro di sponsorizzazione per i brand, i virtual influencer svolgono anche ruoli di portavoce sociali, sfruttati da organizzazioni mondiali come l’OMS che, durante il periodo della pandemia, utilizzò apertamente il VI ventenne Knox Frost per veicolare messaggi sulla sicurezza e la prevenzione. Tutti quelli sopracitati sono perfetti esempi dell’evoluzione il marketing ha attraversando, passando da una natura transazionale a una relazionale. In questo articolo avevamo approfondito la tematica.

Nonostante in Italia il fenomeno sia ancora in via di sviluppo, a dicembre 2021 è nata una delle prime realtà di virtual influncer dal genio di tre ragazzi torinesi: la loro creazione, Nefele, dall’aspetto volutamente gender fluid, cerca di abbattere tutti gli stereotipi legati all’aspetto fisico e all’orientamento sessuale, facendo dei propri “difetti” dei punti di forza, e della propria ambiguità un’identità ben definita. Nefele non ha ancora raggiunto numeri strabilianti, ma certamente il successo non tarderà ad arrivare.

Pro e contro dei Virtul Influencer

I virtual influencer costituiscono un grandissimo vantaggio per le aziende che decidono di ingaggiarli. Questi avatar virtuali abbattono infatti ogni barriera legata a orari, distanza geografiaca, agenda e appuntamenti, e sono disponibili 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Oltre alle questioni prettamente pratiche, non sono da sottovalutare nemmeno i numerosi pro legati alla mancanza di componente umana in questi influencer: tutti gli aspetti negativi legati a imprevisti, equivoci e lamentele viene bypassata, lasciando spazio soltanto al lavoro vero e proprio, svolto in maniera professionale e senza intoppi.

Nonostante gli influencer in carne e ossa costituiscano un’enorme risorsa per le aziende, non sono rari gli episodi legati a scandali sessuali, politici, o a scivoloni che tradiscono le cause che la persona era stata ingaggiata per sostenere. Scegliendo come portavoce un influencer virtuale non si rischia di incorre in eventuali danni alla reputazione del brand, né in scheletri nell’armadio misteriosamente riapparsi proprio nei momenti meno opportuni.

Il mercato dei virtual influencer, per quanto ancora neonato, ha già generato nel solo 2021 un fatturato di 13,8 miliardi di dollari, cifra destinata a salire esponenzialmente nei prossimi anni.

Se da una parte troviamo tutta una serie di vantaggi, dall’altra dobbiamo fare i conti con la pericolosità che un mondo totalmente virtuale, percepito però come reale, possa comportare. L’eventualità di imbattersi in malintenzionati e catfish è reale ed è necessario mantenersi in guardia. Per questo motivo gli sviluppatori del metaverso sono già all’opera nella creazione di un quadro etico da rispettare, che garantisca trasparenza e regolamenti le attività consentite in questo mondo alternativo.

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Tra le numerose teorie comportamentali applicate al marketing nell’ultimo decennio, troviamo quella del “nudging”, ossia della sottile persuasione. L’utente, l’acquirente o il cittadino vengono delicatamente indirizzati verso il compimento di un’azione predeterminata senza far loro percepire la minima obbligazione. Scopriamo di più sul nudge marketing e come sfruttarlo in ambito di web marketing.

Cos’è il nudging

La strategia basata sui nudge (in italiano letteralmente “piccole spinte”) si appella alla psicologia e in particolare alla behavioural economy per portare il soggetto a prendere decisioni prevedibili e precedentemente delineate, semplificando e snellendo i pattern mentali necessari per giungere a una scelta autonoma. Vengono utilizzati dei rinforzi positivi celati che facilitano alla persona il processo decisionale, spesso fonte di agitazione, ansia, stress e pentimento. I comportamenti vengono quindi modificati in maniera del tutto volontaria: non si tratta di manipolazione, ma di una “linea guida” proposta con lo scopo di alleggerire il peso mentale della persona, e di spingerla a compiere azioni più consapevoli nei riguardi di sé stessa o dell’ambiente circostante.

Il nudging funziona proprio perché non impone un cambiamento radicale senza possibilità di scelta, ma modifica la cosiddetta architettura decisionale in modo che l’utente scelga autonomamente la strada prefissata da chi mette in atto la strategia, sia con finalità sociali che economiche. Stimolando i processi mentali relativi alla scelta desiderata e cambiando l’offerta dell’ambiente, si gettano le basi per un approccio di nudging sottile e persuasivo.

I primi a esporre la teoria del nudging furono Cass Sunstein (studioso di diritto) e Richard Thaler (economista), agli inizi degli anni ‘2000. Entrambi si confermarono successivamente come personalità di spicco nel mondo dell’economia e della finanza, partecipando addirittura a un’iniziativa del 2015 del presidente Obama sull’adozione delle scienze comportamentali, e quindi del nudging, in ambito politico, economico e governativo.

Prima che al termine nudging venisse conferito il significato attuale, lo stesso schema veniva riportato come “paternalismo libertario“. Una definizione diversa per indicare la medesima strategia: al soggetto viene data la libertà di scegliere per sé (da qui l’aggettivo libertario), ma sotto la guida attenta di chi sa cos’è meglio per lui (il cosiddetto paternalismo).

Libertà e guida sono i due pilastri fondamentali che danno vita alla teoria del nudge.

Quali sono gli obiettivi del nudging

La teoria del nudge si è rivelata estremamente utile ed è ben presto giunto il momento di traslarla dal piano astratto a quello pratico, facendo leva su tecniche cognitive e di neuromarketing. Talvolta le azioni di nudging sono talmente sottili o intrinseche da parte delle aziende o società, che è persino complicato riuscire a identificare la linea di separazione tra identità e tecnica di marketing.

Secondo la teoria, in quanto esseri umani disponiamo di due sistemi di pensiero opposti tra di loro: da una parte troviamo il Sistema 1, quello più veloce, intuitivo, che non richiede ragionamento e che spesse volte incappa nell’errore. Dall’altra il Sistema 2, più razionale, lento a processare e incentrato sul pensiero critico. Sappiamo anche che per indole siamo più propensi a scegliere tutto ciò che è comodo e facile da ottenere (sistema 1), cercando di evitare la fatica che un ragionamento più complesso potrebbe comportare (sistema 2). Da qui nasce l’applicazione del nudging nell’ambito del marketing: sfruttando la suddetta verità, le aziende indirizzano i clienti verso determinate scelte, premiandoli con un’esperienza di acquisto semplice, intuitiva e senza stress.

Tuttavia, lo scopo del nudge marketing non è e non può essere il mero incremento delle vendite, quanto piuttosto un maggior benessere del consumatore. Un’esperienza d’acquisto ottimizzata porta inevitabilmente a un ampliamento della brand awareness, di cui avevamo parlato nel dettaglio qui.

Calcare troppo la mano con azioni di nudging, infatti, sortirebbe l’effetto esattamente contrario: per natura l’uomo non accetta di buon grado di essere comandato, o per lo meno non in maniera esplicita e diretta.

Per poter funzionare, una strategia di nudging richiede tre requisiti fondamentali da parte del soggetto: che abbia i mezzi e le capacità per portare a termine l’azione richiesta, che sia motivato a farlo e che possa recepire uno stimolo che scateni l’azione “consigliata”. Tutto questo presuppone una conoscenza approfondita del proprio target, basata su ricerche, monitoraggi e raccolta di dati.

Come si applica il nudge marketing

Dopo aver sviscerato la teoria e aver compreso i reali motivi che stanno dietro una strategia di nudging, è giunto il momento di capire come sia possibile metterlo in pratica. Dal marketing offline a quello online, quelle veicolate dal nudge marketing sono sempre scelte implicite e scontate, che il soggetto attua volontariamente.

Se si è titolari di uno store fisico, avere cura di etichettare tutta la propria merce, indicandovi le caratteristiche di ogni prodotto e possibilmente mettendo in risalto ciò che lo contraddistingue della concorrenza, costituisce di per sé un’azione di nudging tra le più basilari. Un produttore che metta in commercio una tipologia di prodotto con meno calorie e grassi rispetto alla concorrenza può trarre benefico dall’indicare in maniera chiara sull’etichetta i valori nutrizionali che rendono il prodotto migliore degli altri. La scelta implicita compiuta da un consumatore attento alla linea, o interessato al dimagrimento, è l’acquisto del prodotto a discapito di tutti i competitor.

Se invece si possiede un ecommerce, il nudge marketing avrà a che fare con l’ottimizzazione di tutti i processi di navigazione. Badge, etichette, pop up, overlays che appaiono al momento giusto possono fare la differenza: attenzione però a non esagerare, rendendo più difficile l’esperienza del consumatore.

Un esempio di nudge nella fase del checkout è, banalmente, la spedizione gratuita, oppure una sola opzione di pagamento possibile, in modo che l’utente non debba spendere nemmeno una manciata di secondi a scegliere quale utilizzare. Anche il famoso “one click checkout” di Amazon, che snellisce al massimo il processo alleviando il “dolore da pagamento” che diversi passaggi possono instillare al cliente, è un ottimo esempio di nudge marketing di successo. Quest’ultimo, applicato alle vendite online, è volto all’incremento dell’autonomia degli utenti nell’esperienza di navigazione, grazie a sezioni dedicate e personalizzate come le classiche “I tuoi preferiti”, “Suggeriti per te”, oppure “Abbinalo con…”. Anche in questo caso, il cliente avrà soltanto l’impressione di stare scegliendo ciò che desidera, quando concretamente lo sta facendo tra le opzioni che il venditore ha deciso deliberatamente di proporgli.

Parlando di tematiche sociali, sono numerosissime le iniziative promosse a livello globale che hanno mostrato notevoli risultati: prima fra tutte una campagna di sensibilizzazione contro l’inquinamento da mozziconi di sigaretta. Nel Regno Unito sono stati installati diversi bidoni della spazzatura trasparenti, uno con su scritto Ronaldo, e l’altro con la scritta Messi. Al di sopra dei cestini appariva la scritta “Vota il miglior giocatore di calcio al mondo”. I passanti venivano così spinti in maniera ludica, divertente e per nulla forzata a depositare le proprie cicche all’interno dei bidoni per votare il calciatore, invece di gettarle a terra. In poco più di 4 mesi venne riscontrato un 46% in meno di mozziconi in strada nelle aree soggette all’esperimento. Lo stesso venne fatto in USA, con un miglioramento del 74% in 6 mesi.

La tecnica sopracitata, oltre al nudging, mette anche in pratica un’altra strategia di marketing molto in voga: quella della gamification. Scopri di cosa si tratta qui.

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La cosiddetta “gamification“, o ludicizzazione in italiano, è un approccio al marketing ancora poco esplorato nel nostro Paese, ma senza dubbio in via d’espansione. In questo articolo scopriremo di cosa si tratta e come applicarla al meglio.

Cos’è la gamification

Fino a non molto tempo fa, associare il concetto di “gioco” a strategie di marketing non era ben visto dai professionisti del settore, ancora molto legati alle vecchie e seriose pratiche del passato. Negli ultimi tempi, tuttavia, si stanno dimostrando con sempre più facilità tutti i benefici e i vantaggi che la ludicizzazione di determinate tematiche apporta alle aziende, e in generale agli organi che le propongono. Unita a quella delle sponsorizzazioni social, la tecnica della gamification può essere considerata una delle principali al giorno d’oggi, soprattutto in riferimento a un pubblico millennial o appartenente alla generazione Z.

Fare gamification significa, concretamente, applicare dinamiche ludiche al di fuori del contesto del gioco, e tale strategia può essere ampiamente impiegata, oltre all’ambito dell’insegnamento e dell’educazione, anche a quello della comunicazione e del marketing.

In questo caso, l’utente verrà coinvolto in un’esperienza interattiva a 360°, difficile da dimenticare, e che contribuirà all’innalzamento dell’engagement e della brand awareness.

Anche la scienza è in grado di confermare i numerosi aspetti positivi della gamification: tali meccanismi fanno leva sulla produzione di dopamina da parte del cervello, ovvero il neurotrasmettitore incaricato di sollecitare le sensazioni di piacere, amore, attenzione e memoria.

Più un utente (cliente) sarà felice e soddisfatto della sua esperienza “ludicizzata” con l’azienda, e più le possibilità di quest’ultima di accrescere la propria notorietà saranno elevate.

Obiettivi della gamification

Come accennato in precedenza, l’obiettivo ultimo dell’azienda che adotta un approccio di ludicizzazione è il coinvolgimento totale dell’utente, le cui necessità verranno così soddisfatte sia sul breve che sul lungo termine. Prendendo in prestito certe dinamiche dai videogiochi, come il superamento di livelli, lo sblocco di badge, l’ottenimento di premi e riconoscimenti, la gamification entra a far parte delle strategie di marketing facendo leva su caratteristiche umane innate come la competitività, la curiosità, la paura di perdere i propri privilegi e il senso di comunità.

Alcuni esempi di gamification alle sue origini sono le raccolte punti e i concorsi a premi che ormai da decenni le aziende attuano per fidelizzare la clientela. In questo modo il consumatore riceve gratificazioni frequenti, rendendo più semplice e piacevole il cammino verso la meta finale. Tale tipologia di approccio viene detta “user centered” in quanto la persona e le sue azioni vengono sempre messe al centro dell’attenzione, affinché possano venir registrate dal brand e utilizzate come parametri per il miglioramento delle strategie di marketing.

Come fare gamification: esempi che hanno fatto la storia 

Fare gamification al giorno d’oggi risulta quasi del tutto naturale, una conseguenza inevitabile dell’avanzamento della tecnologia e del progresso: le nuove generazioni nascono già immerse nel mondo digitale, e sono quindi abituate a dinamiche ben differenti da quelle di appena qualche decennio fa. Integrare la ludicizzazione nel mondo del marketing significa realizzare tutorial e presentazioni dei nuovi prodotti e servizi, ideare programmi fedeltà sempre più innovativi e accattivanti, garantire un’assistenza post vendita efficace e intrattenere il cliente durante tutto il processo di vendita.

Così facendo l’utente si sentirà al centro dell’attenzione, coinvolto, importante. L’utilizzo della psicologia del comportamento e di un sistema statistico ben preciso sono punti cardine per la buona riuscita della gamification, che può funzionare soltanto se studiata adeguatamente e monitorata durante tutte le sue fasi.

Un esempio lampante di ludicizzazione degli ulti anni è la “Battaglia dei Sapori” indetta da Fanta nel 2019, quando coinvolse tutto il suo pubblico spagnolo nella votazione sui social della miglior variante di Fanta dell’estate. L’utente assume così un ruolo attivo invece di subire passivamente le scelte be i cambiamenti indetti dall’azienda, tramutando un’esperienza di storytelling in una vera e propria storydoing.

Un altro esempio di gamification ben riuscita è quella realizzata dall’app di incontri Tinder: sin dal suo lancio nell’ormai “lontano” 2012, l’app si è confermata vincente grazie all’interfaccia giocosa e colorata, e alle sue funzioni molto simili a quelle dei videogiochi interattivi. Mentre gli altri siti d’incontri disponibili sino a quel momento facevano degli algoritmi il loro punto di forza, a discapito di un’interfaccia per desktop alquanto noiosa e austera, Tinder si è insinuato sul mercato senza la pretesa di apportare una nuova tecnologia o nuovi strumenti che garantissero un miglior risultato in termini di match. La famosa app di incontri, infatti, ha fatto molto di più, rivoluzionando per sempre il mondo del dating online: l’intero processo di iscrizione e ricerca della propria “anima gemella” è stato reso giocoso e divertente grazie alle funzioni “swipe” e alla possibilità di guadagnare premi e badge in base alla propria notorietà e completezza del profilo. Insomma, un’impresa di ludicizzazione senza precedenti, che ha aperto la strada a decine di altre app con la medesima impronta di funzionamento.

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Il consolidamento dei social network come parte integrante della nostra quotidianità ha stravolto per sempre tutte le regole del marketing.

Se fino a una decina di anni fa i marchi dovevano fare affidamento su tecniche pubblicitarie tradizionali, al giorno d’oggi sono molteplici i fronti sui quali è possibile investire con la certezza di avere successo: uno di questi è l’influencer marketing.

All’interno di questa categoria troviamo alcune figure dalle caratteristiche diverse tra di loro: influencer, ambassador e brand advocate. Scopriamo insieme di chi si tratta e quali sono i loro ruoli.

Chi sono gli Influencer

I cosiddetti influencer sono personaggi pubblici di grande spicco sui social network quali Instagram, Youtube e TikTok, ai quali le aziende si rivolgono per promuovere i loro prodotti e servizi. Grazie alla popolarità e al carisma dell’influencer, il marchio riesce ad arrivare ai suoi follower aumentando così la propria brand awareness.

Per diventare influencer non è necessario avere titoli o competenze particolari, bensì trasmettere intensa passione e interesse verso l’ambito che si decide di trattare, oltre che ottime capacità di relazione e coinvolgimento con i propri follower. Questo farà sì che il pubblico percepisca l’influencer come una figura autorevole, il cui parere sul determinato argomento ha un peso così rilevante da influenzare le proprie abitudini di acquisto.

Proprio qui sta la differenza tra un odierno influencer e un ormai datato “testimonial“: durante  il secolo scorso, nel periodo di massima diffusione e popolarità della televisione come unico mezzo di intrattenimento domestico, si è affermata la figura del testimonial in quanto celebrità inarrivabile che rappresenta un brand negli spot pubblicitari. Per definizione si tratta di un personaggio lontano dalla popolazione, che lo percepisce come un modello da imitare senza potersi rispecchiare in lui.

Gli influencer, invece, abbattono quasi ogni barriera tra loro stessi e il proprio pubblico, con il quale interagiscono, scambiano chiacchierate e consigli, raccontano episodi di vita quotidiana e ai quali, chiaramente, propongono prodotti e servizi in collaborazione con le aziende. Questa è la dinamica su cui si fonda l’influencer marketing: il segmento target si interessa al marchio sponsorizzato proprio perché in primis sente una forte affinità con il personaggio che se ne sta facendo portavoce.

Il rapporto lavorativo tra un influencer e un azienda è di solito di natura breve e si limita a una singola sponsorizzazione, spalmata sulle diverse tipologie di contenuto che il social network di riferimento offre.

L’azienda propone al personaggio una selezione di prodotti in forma gratuita, e l’influencer si incaricherà di testarli e recensirli rimanendo fedele alla propria esperienza personale. Nella maggior parte dei casi quando si collabora con influencer di grosso calibro, di solito con oltre 100 mila follower su almeno una delle piattaforme, una sponsorizzazione in denaro accompagna i prodotti gratuiti. In questo caso il brand può avanzare richieste più specifiche su come presentare il prodotto ai follower, in che modo recensirlo e con quali modalità.

La figura del Brand Ambassador

Come ormai sappiamo, nel marketing digitale esistono tante figure le cui definizioni possono talvolta intersecarsi e fondersi tra di loro. Oltre agli influencer esistono infatti anche i Brand Ambassador, che svolgono un ruolo simile ma non uguale. A dirla tutta potremmo definire gli ambasciatori (o corporate ambassadors) come un’evoluzione dell’influencer “base”. Si tratta di personaggi che incarnano in tutto e per tutto i valori dell’azienda di cui si fanno portavoce, alla quale sono legati da un contratto a lungo termine. Mentre gli influencer vengono ingaggiati una tantum, o a singhiozzi in base alle esigenze del marchio, i brand ambassador stipulano un rapporto lavorativo continuativo che richiede un maggiore impegno, costanza e dedizione, ma che garantisce risultati molto importanti e duraturi da entrambe le parti.

Il brand ambassador non ha più bisogno di direttive da parte dell’azienda su come sponsorizzare il prodotto o servizio, ma saprà valorizzarlo in maniera del tutto spontanea e naturale in quanto abbraccia in toto la filosofia e l’offerta del marchio. In questi casi il contratto tra le due parti si considera esclusivo: se un influencer di fitness e benessere viene assunto da un’azienda di abbigliamento sportivo come ambassador, ne va da sé che non solo non accetterà più collaborazioni con altri competitor per tutta la durata dell’ingaggio, ma utilizzerà i capi del marchio in ogni contenuto idoneo senza farla sembrare una forzatura o una pubblicità esasperata.

Il passaparola dei Brand Advocate

Oltre al supporto di influencer e ambassador, le aziende possono aumentare la brand awareness contando anche su quello importantissimo di un’altra categoria: i Brand Advocate. In questo caso parliamo di persone comuni divenute clienti del marchio che, al fronte di un’esperienza positiva, decidono di dedicare contenuti online al prodotto/servizio in questione. Si tratta di recensioni gratuite il cui impatto non va sottovalutato: chiunque può diventare brand advocate e stimolare la curiosità di amici, conoscenti e contatti vari, tra i quali è destinato a nascere un passaparola in grado di beneficiare l’azienda senza che essa abbia investito attivamente in questa attività.

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Quella del debranding è una strategia di marketing che si sta affermando sempre di più negli ultimi anni, e il trend non accenna a placarsi. Potrebbe diventare a tutti gli effetti la carta vincente per il marketing del futuro. Scopriamo di cosa si tratta.

Cos’è il debranding

Nonostante l’assonanza, il debranding non è da confondere con il noto termine “rebranding“. Mentre in questo caso ci riferiamo a una rivoluzione dell’immagine del marchio, con la parola debranding si intende l’eliminazione del nome del marchio da tutti i canali in cui è presente, partendo dal logo, allo slogan, al sito web. In italiano detta “decorporatizzazione“, questa strategia consiste nel rendere il logo del marchio più facile da approcciare per il grande pubblico. Viste le tendenze degli ultimi tempi ad andare sempre più verso un design minimalista, la scelta di eliminare il nome consente al marchio di aumentare la propria brand awareness in tutto il mondo senza necessità di alcuna parola scritta. Un’altra operazione legata al debranding è quella di accantonare sempre di più font stravaganti e unici, favorendo quelli più lineari ed essenziali.

Sono tanti i grandi marchi che a partire dalla scorsa decade hanno deciso di mettere in atto un debranding importante, primi fra tutti alcuni illustri nomi dell’alta moda quali Balenciaga, Burberry e Yves Saint Laurent che sono passati da un logo con carattere estroso a uno stile minimale e molto simile l’uno all’altro.

Si tratta di un trend che non sappiamo per quanto sarà destinato a durare, tuttavia se i principali esponenti di quest’industria, e di molte altre, l’hanno imboccata come strada, significa che la corrente minimalista non ha intenzione di fare marcia indietro da qui al prossimo decennio.

Il rischio più grosso del debranding è chiaramente la perdita di un’identità propria, facendo sprofondare il marchio nell’abisso dei competitor. Per questo esistono diversi parametri a cui attenersi per capire se la scelta del debranding faccia al caso nostro oppure no.

Quando fare debranding

Fare debranding al proprio marchio è una scelta audace, che richiede uno studio importante al fine di valutare tutte le variabili ed evitare il tracollo. Bisogna tenere in considerazione non soltanto l’età anagrafica dell’azienda, ma anche la sua maturità effettiva e soprattutto percettiva. Come sappiamo, è la percezione del cliente nel confronti del marchio a determinare il suo valore; se nell’immaginario collettivo il brand non è abbastanza forte e affermato, stravolgere il suo look per di più appiattendolo e rendendolo simile a tanti altri non farà altro che stroncare sul nascere qualsiasi possibilità di successo.

Possiamo contare su una personalità vera e propria, riconoscibile e distinguibile de tutte le altre realtà? Il consumatore conosce il marchio? In quale posizione della Piramide di Aaker si inserisce? Ci sono prospettive future solide e tangibili?

Sono queste le domande che bisognerebbe porsi prima di mettere in atto un debranding: in caso di risposte positive a tutti i quesiti, si è pronti per partire, tenendo sempre in considerazione che sì, copiare le strategie di marketing dei colossi del mercato spesso si rivela vincente, ma un solo passo falso può costare la vita all’intera azienda.

Da dove nasce il debranding

Il debranding, pur essendo considerata la strategia del futuro, nasce nella mente dei pubblicitari e dei responsabili marketing negli anni ’80, nel pieno dell’età dell’oro della Grande Distribuzione. Allora si notò che il consumatore, avendo davanti due o più prodotti dalle caratteristiche equivalenti tra di loro, tendeva a scegliere quello “sottomarca” a discapito del colosso del settore, sia nel campo alimentare, che per l’igiene della persona, e così via.

Questo perché, a prescindere dal prezzo leggermente più basso, il marchio meno conosciuto infondeva al consumatore una sensazione di maggior vicinanza, umanità e accessibilità. Nei confronti dei “big”, il pubblico nutriva una sorta di timore reverenziale che ha addirittura avuto il potere di invertire la rotta e incidere sulle vendite, perdendo contro i marchi concorrenti. Un’altra motivazione importante che spingeva il consumatore a compiere determinate scelte era la consapevolezza che i colossi dell’industria dovevano sostenere ingenti spese per le campagne pubblicitarie, e proprio da queste nascevano i sovrapprezzi rispetto alle marche meno conosciute.

In un momento di generale benessere della popolazione, in cui non esisteva l’impellente necessità di risparmiare sui beni primari, queste motivazioni hanno dato l’input a grandi marchi a rivedere la loro immagine partendo appunto dal logo.

Notiamo grandi cambiamenti per esempio nel simbolo di Starbucks, che con il tempo ha eliminato tutti i fronzoli e le scritte, per lasciare la scena all’inconfondibile sirena. O ancora il marchio di automobili tedesco Mercedes-Benz che, dopo essere partito con un logo alquanto complesso e costituito da diversi elementi, è giunto negli ultimi anni alla sua versione più snella e minimale, mantenendo soltanto la stella a tre punte riconosciuta in tutto il mondo.

Ultima ma non per importanza ricordiamo Nike che a metà degli anni ’90 scelse di eliminare il proprio logotipo, mantenendo solo l’iconico simbolo “swoosh“. Da allora la sua identità non solo non ne ha risentito, ma ha avuto il ruolo di vera apripista per un trend che in questo momento sta coinvolgendo tutti i maggiori esponenti del settore. 

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Al fine di elaborare una strategia social vincente è necessario fare un passo indietro e focalizzarsi sul cosiddetto “posizionamento”, ovvero il modo in cui il determinato brand si colloca nella mente del pubblico target.

In questo articolo vedremo per quale motivo il posizionamento è determinante, e come elaborarlo in maniera ottimale.

Cos’è il posizionamento social

Tante aziende tendono a trattare le loro campagne social come semplici piattaforme volte all’intrattenimento, oppure come mere vetrine per inserzioni pubblicitarie.

In questo articolo vi avevamo spiegato come sfruttare le sponsorizzazioni  sui social media al fine di aumentare la popolarità del vostro marchio. 

A nostro avviso, nessuna di queste due direzioni sopracitate è del tutto vincente: una campagna social, per funzionare, ha bisogno di studio alle sue spalle, incentrato su diversi fattori molto importanti e intersecati tra di loro.

L’ideale è riuscire a fondere i due aspetti, in modo che la strategia di social media marketing abbia un ottimo impatto sia dal punto di vista emotivo che commerciale.

La base sulla quale si deve ergere il piano social è una personalità unica del marchio, che sappia distinguersi dal resto dei competitor, andando a proporre al pubblico target un prodotto/servizio inedito, o non ancora visto sotto quella determinata luce. La comunicazione in questo senso risulta ancora una volta fondamentale: non  basta certamente iniziare a postare contenuti sulle proprie pagine social per accertarsi il successo, anzi. Gli standard qualitativi sono sempre più elevati e la concorrenza spietata, senza considerare che il pubblico ha ormai tutti gli strumenti per poter valutare da solo l’impegno di un brand sulle piattaforme social, trattandosi di un tipo di comunicazione molto più personalizzata e diretta rispetto a quella tramite i media tradizionali.

Prima di tutto è necessario rendersi conto che non è possibile rivolgersi a tutto il mercato, ma soltanto a un settore o a una nicchia ben precisa. Individuata quest’ultima, è il momento di chiedersi cosa si voglia comunicare al pubblico target. La risposta a tale domanda costituirà il punto di partenza per l’elaborazione del proprio posizionamento social.

Perché è importante il posizionamento social

Al giorno d’oggi è impossibile per un’azienda sviluppare una strategia di marketing digitale senza destinarne una grossa fetta alla parte social. Questa branca del marketing online svolge un ruolo cruciale nello sviluppo della brand awareness, di cui avevamo parlato nel dettaglio in questo articolo. La brand awareness, ovvero la percezione che il pubblico ha del marchio, è fondamentale per determinare il valore dello stesso, e può essere misurata utilizzando la cosiddetta Piramide di Aaker, un sistema di valutazione ideato dall’omonimo economista all’inizio degli anni 2000.

All’interno della piramide troviamo diversi livelli, corrispondenti ai gradi di notorietà del marchio. Alla base troviamo il gradino “Unaware of brand”, quando un brand risulta totalmente sconosciuto al pubblico, mentre al vertice si trova la “TOM Awareness – Top of Mind“, quando un brand è il primo a essere ricordato dal pubblico tra tutti quelli del suo settore. Tale posizionamento è ciò a cui aspira qualsiasi azienda, perché significa aver superato tutti i competitor ed essere diventati i leader della propria categoria in termini di notorietà.

Capiamo bene che utilizzare i social con cognizione di causa, attuando una strategia ben ponderata e mirata, darà una grande mano affinché il traguardo della TOM Awareness venga raggiunto.

Come elaborare il giusto posizionamento sociali

Abbiamo capito che cos’è il posizionamento social e per quale motivo è così importante. Ora è giunto il momento di scoprire come elaborarlo al meglio. Per identificare il proprio target e di conseguenza stilare una strategia efficiente e suscitarne l’interesse, è necessario innanzitutto conoscere a fondo sé stessi, il marchio e le persone che ne fanno parte. Solo con la piena consapevolezza dei propri punti a favore, delle proprie debolezze, del proprio carattere e dei propri valori si avrà la capacità di attirare il pubblico giusto. Studiarsi è il primissimo passo da compiere verso la creazione di un piano social adeguato, poiché i contenuti dovranno essere in linea con abilità, personalità e filosofia del marchio.

Quali social predilige il pubblico target a cui mi voglio rivolgere? Anche questa è una domanda importante, poiché il pubblico cambia nettamente a seconda dei vari network.

Partendo dal presupposto che ogni piattaforma richiede un approccio diverso, e che ciò che va bene per Instagram quasi certamente non sarà l’ideale per Youtube, dobbiamo studiare accuratamente il panorama nel quale ci stiamo inserendo, per capire come sono posizionati i competitor, qual è il loro modo di esprimersi, che cosa desidera il pubblico e che cosa invece gli manca.

Stilare un vero e proprio identikit del target è una delle parti più importanti per la buona riuscita del posizionamento social: capendo a fondo il soggetto a cui ci stiamo rivolgendo, con le sue preferenze, abitudini, stili di vita, desideri manifesti e inespressi, saremo anche in grado di proporci esattamente come lui ha bisogno di percepirci, fornendo contenuti accattivanti e coinvolgenti.

Ultimo ma non per importanza resta il fattore dell’autenticità: in un mondo saturo in cui spiccare risulta sempre più difficile, l’unica vera arma resta essere sé stessi. Nessun altro potrà mai interpretare il nostro ruolo meglio di noi, perciò, se emulare le scelte di brand più affermati può costituire una strada per il successo, optare per il cammino dell’unicità conferirà a quest’ultimo un sapore ancor più gradito.

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Il marketing è una disciplina in continua evoluzione, di pari passo con gli avvenimenti sociali ed economici di un determinato paese. Saper attuare le giuste strategie, prendendo in considerazione i parametri necessari e sviluppando modelli consoni all’epoca e alle circostanze in cui ci si trova, significa essere già a metà dell’opera verso il successo del proprio marchio.

In questo articolo scopriremo le caratteristiche del cosiddetto marketing relazionale, la sua storia e come attuarlo nella maniera corretta.

Cos’è il marketing relazionale

Detto anche “relationship marketing” o “customer relationship management“, il marketing relazionale è un modello di comunicazione improntato sul soddisfacimento dei bisogni della propria clientela. L’obiettivo principale di questo approccio è, infatti, la fidelizzazione totale del cliente, insieme allo sviluppo e al consolidamento di un rapporto di reciproca fiducia tra le parti.

Mantenere un’ottima relazione con tutti gli stakeholder coinvolti, primi fra tutti i clienti, si pone come fulcro della strategia relazionale, che si plasma adattandosi ai loro desideri e alle loro richieste, soddisfacendoli e talvolta anticipandoli. Lo spirito di adattamento e la capacità di mutare rapidamente in base alle tendenze sociali e di mercato ricoprono un ruolo base nel modello di marketing relazionale, che riesce nel proprio intento grazie all’appoggio di sofisticate tecnologie e software che raccolgono ed elaborano enormi quantità di dati al fine di fornire risposte chiare e dettagliate circa la preferenze del pubblico.

Come abbiamo appurato in numerosi articoli, saper offrire all’interlocutore una soluzione concreta ai suoi problemi è in assoluto il focus principale di qualsivoglia campagna di marketing: a maggior ragione in un approccio di tipo relazionale, quest’offerta verrà realizzata in maniera dettagliata, personalizzata, indirizzandola a un target ben preciso andando a lanciare la propria comunicazione in un settore ristretto. Tale strategia di diffusione viene detta “narrowcasting“, in contrapposizione al celebre approccio “broadcasting“, ovvero di distribuzione di massa.

Il marketing relazionale, essendo bidirezionale, accoglie con piacere e incita l’interazione da parte del ricevente, denotando così una spiccata sensibilità e attenzione dell’azienda nei confronti del proprio consumatore.

L’utente può infatti rispondere, domandare, aprire un dialogo con la certezza di essere ascoltato e tenuto in considerazione: per queste ragioni, nel marketing relazionale si evidenziano diversi punti comuni con quello che è il marketing diretto.

Differenze tra marketing relazionale e marketing transazionale

Il modello del relationship marketing è andato via via consolidandosi con l’avvento di internet e delle piattaforme digitali. Prima del grande sviluppo tecnologico, l’approccio predominante della comunicazione prendeva il nome di “marketing transazionale“, ovvero quella strategia tradizionale improntata su fasi ben precise di ricerca, sviluppo e messa in atto della comunicazione.

In particolare, possiamo individuare:

1- Analisi del mercato

2- Segmentazione

3- Identificazione del target

4- Posizionamento dell’offerta

Sebbene tutte queste operazioni siano tuttora più che valide per la realizzazione di una corretta campagna di marketing, ciò che cambia è soprattutto l’obiettivo finale: la diffusione tradizionale prevedeva un approccio aggressivo, essendo rivolta a un pubblico di massa. Per farlo sfruttava televisione, radio, giornali, volantini e affissioni, con l’unico scopo di indirizzare l’ampio target verso la finalizzazione di un acquisto. In tutti i suddetti casi, il destinatario restava passivo, senza la possibilità di interagire con il mittente per esprimere il proprio feedback né fargli sapere di che cosa avesse realmente bisogno.

Nel marketing relazionale, invece, si pone grandissima attenzione verso i desideri e le richieste del cliente, coltivando il rapporto tra le due parti e impiegando tutte le risorse possibili per la sua ottimizzazione.

Un cliente soddisfatto costituisce un immenso tesoro per l’impresa, che può così contare su un passaparola positivo, una minor considerazione della concorrenza e una più alta propensione verso un nuovo acquisto dei prodotti del brand.

Sebbene sia impossibile stabilire una data di nascita dell’approccio relazionale, è comunque facile individuare le sue origini negli anni ’30 a seguito della grande depressione, quando le imprese dovettero ricominciare da zero per guadagnare la fiducia del cliente dopo la crisi.

Strategie per attuare il Marketing Relazionale

Instaurare e mantenere un ottimo rapporto con la nostra clientela ci consente, di riflesso, di ottenere in cambio una maggior fiducia nei confronti del brand e una maggior conversione delle interazioni in vendite.

L’approccio relazionale è più umano, più empatico, più vicino all’interlocutore: invece di rivolgersi a lui con un messaggio destinato a centinaia di migliaia di persone, seleziona una comunicazione specifica che lo fa sentire automaticamente ascoltato, compreso e speciale.

Un messaggio prettamente commerciale, improntato soltanto sulla conclusione di una vendita, non ha possibilità di riuscita in un mondo dove non è più tanto il prodotto ad attirare l’attenzione, quanto la storia che vi sta dietro, le circostanze da cui è nato e le personalità che lo hanno portato alla luce.

Il nostro consiglio è, pertanto, quello di prendersi del tempo per raccontare il proprio marchio evidenziando la filosofia e il concept sui quali si erge, senza spostare immediatamente tutto il focus sul mero prodotto o servizio che si sta tentando di vendere: in questo modo il cliente potrebbe percepirci come freddi, impersonali e disinteressati. Per farlo è possibile adottare strategie di storytelling e visual storytelling, come abbiamo evidenziato in questo articolo.

Se il marketing transazionale mira a ottenere successo sul breve termine, invogliando il consumatore grazie ai potenti messaggi pubblicitari, il marketing relazionale si pone come obiettivo la riuscita sul lungo termine, grazie alla fidelizzazione del pubblico ottenuta tramite il suo ascolto e il suo soddisfacimento.

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Fare storytelling significa raccontare il proprio marchio servendosi di una storia avvincente, emotiva e coinvolgente in cui i consumatori possano indentificarsi.

Avevamo già visto tutte le caratteristiche di questa strategia di marketing qui, oggi invece andremo a scoprire in che cosa consiste il visual storytelling, ovvero l’arte di raccontare una storia tramite le immagini.

Cos’è il visual storytelling e quali sono le sue caratteristiche

Raccontare una storia servendoci soltanto di parole scritte o narrate può catturare l’attenzione, ma mai tanto quanto mostrarla tramite immagini e filmati. Questi ultimi, infatti, sono in grado di suscitare ancora più reazioni ed emozioni immediate, basti pensare alla differenza di impatto di un film commovente rispetto a un libro che racconti la medesima vicenda.

Nell’era digitale, servirsi di immagini, filmati e grafiche non è mai stato tanto semplice e proficuo: grazie ai social media come strumento di marketing, è possibile sviluppare una strategia di cosiddetto visual storytelling che faccia leva sul bisogno innato dell’uomo di farsi narratore e a sua volta spettatore di una storia.

È la psicologia, infatti, a individuare nell’essere umano la necessità di riorganizzare le proprie memorie ed esperienze in una storia articolata e coerente da esternare all’interlocutore. Sfruttando lo stesso principio, il visual storytelling consente di riconoscersi nel racconto di un brand, nel suo contesto di creazione e nelle persone che lo hanno reso possibile.

Farsi spettatori di una storia narrata non soltanto a parole ma tramite immagini evoca un forte legame con l’infanzia e i ricordi più profondi: la comunicazione svolta in questo modo è più diretta, immediata ed emotiva, oltre a essere più facile da elaborare e condividere. Proprio questa è la chiave di una buona strategia di marketing attuata sui social media: la sua efficacia viene misurata nel numero di condivisioni ottenute da parte degli utenti, e quanto più si potranno immedesimare in essa tanto più alto sarà l’engagement ottenuto.

Al giorno d’oggi sono essenzialmente due le piattaforme di spicco per la messa in pratica del visual storytelling: i colossi Instagram e Pinterest. Entrambi basati sulla condivisione di immagini, rendendo marginale l’uso del testo, hanno però target e obiettivi differenti.

Pinterest si conferma oggigiorno come il miglior social network per traffico di referral link: navigando nelle sue infinite categorie e bacheche è possibile trovare pressoché qualunque prodotto o servizio, per poi venire reindirizzati al sito ufficiale da cui l’immagine è stata presa inizialmente, per concludere l’acquisto. Secondo calcoli recenti, il traffico di referral link generato da Pinterest supera quello di piattaforme come Youtube, Linkedin e Google+ messe insieme. Avevamo parlato dei programmi di affiliazione come fonte di guadagno a lungo termine in questo articolo.

Per quanto riguarda Instagram, invece, la presenza di link di affiliazione è molto più discreta, in quanto possono venire veicolati soltanto da uno dei diversi strumenti dell’app, ossia le Stories. Si tratta tuttavia del social network con il maggior numero di utenti, che si aggirano attorno al miliardo e in continua crescita. Su Instagram, l’engagment generato è ai massimi storici, calcolato sulla base di visualizzazioni, interazioni e condivisioni tra gli utenti.

Qui, inoltre, hanno un grande successo le ADV, che vengono realizzate da influencer e microinfluencer in maniera spontanea e personalizzata, in modo che gli utenti si identifichino con il brand senza sentirsi forzati.

Obiettivi del visual storytelling

L’obiettivo del visual storytelling è la narrazione di una storia incentrata sul brand e sui suoi valori, che possa rimandare al vissuto degli utenti, rievocare in loro esperienze e memorie passate e stabilire tra i due interlocutori una connessione empatica e di reciproca fiducia.

Grazie a questo legame saremo in grado di aumentare la brand awareness del marchio, facendo in modo che il pubblico si ricordi di noi, della nostra immagine, del nostro obiettivo e, chiaramente, del nostro prodotto. Avevamo visto in questo articolo tutte le migliori strategie per aumentare la brand awareness in maniera efficace.

Per riuscire in questo obiettivo è necessario seguire dei passi ben precisi e non lasciare nulla al caso: l’individuazione del target è di fondamentale importanza perché ci consente di designare il perfetto destinatario del nostro messaggio. In secondo luogo, dovremo occuparci della realizzazione di contenuti unici, originali e qualitativamente elevati, che possano catturare l’attenzione e stupire l’utente.

Utilizzare ed evocare esperienze dirette delle persone, rendendole portavoce e ambasciatrici del marchio del quale, così facendo, verrà evidenziato il lato umano, è un’altra mossa vincente che ci avvicina sempre di più alla riuscita della nostra campagna di visual storytelling.

Ultimo, ma non per importanza, è il riconoscimento di un problema specifico del pubblico, al quale si andrà a fornire una soluzione tramite il prodotto o servizio venduto: questo passo è imprescindibile non solo nei visual storytelling ma in ogni campagna di marketing che si rispetti.

Come fare visual storytelling

Abbiamo visto le ragioni e gli obiettivi che stanno alle spalle di una campagna di visual storytelling. Ma come possiamo crearla in maniera concreta? Certo, avere a disposizione grafici e videomaker può semplificare di gran lunga le cose ma, nel caso di un’azienda appena nata e ancora in via d’espansione, può essere necessario trovare soluzioni alternative senza ricorrere a figure professionali che svolgano per noi l’arduo compito.

Esistono piattaforme online molto famose e gettonate, con le quali è possibile realizzare video, infografiche, stories e immagini senza dover per forza utilizzare complicati software ed essere in possesso di una laurea in merito.

Il più famoso tra questi è senza dubbio Canva, che offre l’opzione gratuita con un numero di features limitate, oppure quella a pagamento tramite la quale si può accedere a tutti i template, font e immagini disponibili.

Dopo aver creato le immagini e i video, è ora di postarli sui social network, avendo cura, specialmente su Instagram, di conservare un’identità visiva ben definita, in modo da non distrarre l’utente dal messaggio che vogliamo veicolare. Se per esempio il nostro brand parlasse di caffé, il suggerimento è quello di mantenere tutti i post in linea con questa tematica, andando a toccare ambiti disparati ma coerenti con il prodotto venduto. Nel caso si volesse trattare sporadicamente di altri argomenti, è possibile farlo senza compromettere l’ordine del feed, andando a pubblicare, per esempio, nelle stories.

Affinché la nostra strategia funzioni, oltre all’intervento da parte nostra, avremo bisogno anche di tanta partecipazione da parte dei follower: per favorirla, dovremo assicurarci di rispondere a tutti i commenti e le domande, repostare i contenuti in cui siamo stati taggati, coinvolgerli tramite call to action mirate e pertinenti con le pubblicazioni effettuate e invitarli all’utilizzo di hashtag personalizzati in modo che la nostra storia possa diventare virale.

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