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Fenomeno del Retail Apocalypse: in cosa consiste? Avrà effetti anche in Italia?

Con il mondo del commercio al dettaglio in continua evoluzione, non c’è certo da stupirsi che diversi fenomeni a carattere sociologico si siano manifestati di pari passo con i cambiamenti del mercato. Tra questi ricade il cosiddetto “Retail Apocalypse”, ovvero la crisi dei negozi fisici, iniziata alla fine della prima decade degli anni 2000.

Facciamone insieme un’analisi più approfondita.

In cosa consiste il “Retail Apocalypse”

L’espressione, diventata di uso comune nel 2017, fa riferimento alle numerose chiusure di store fisici verificatesi dal 2010 in avanti, in concomitanza con una crisi economica globale e un cambiamento drastico nel comportamento e nelle preferenze dei consumatori.

Nel mondo occidentale, sono gli USA ad aver risentito per primi del fenomeno: basti pensare che tra il 2010 e il 2013, l’afflusso di potenziali clienti è diminuito del 50%, in quanto sempre più persone prediligono gli acquisti online rispetto ai negozi tradizionali.

Nell’anno 2019, il web ha infatti canalizzato ben il 14% delle entrate totali del Paese, e secondo diverse stime questa cifra è destinata a raggiungere il 17,5% entro la fine del 2021.

Dal 2010 a oggi, negli USA sono state abbassate le serrande di più di 12000 negozi soprattutto facenti parte di grandi catene di distribuzione, con un picco in negativo avvenuto nel 2018.

Quali sono le cause del “Retail Apocalypse”?

A scatenare l’”apocalisse” è stata una commistione di fattori, primo fra questi il cambiamento generazionale e di conseguenza la tipologia di clientela.

La giovane generazione Z, quella successiva ai Millennials, preferisce di gran lunga l’ecommerce a discapito del punto vendita fisico, per comodità, rapidità, vastità di scelta e assortimento.

L’esperienza in negozio, infatti, viene spesso percepita come un “dovere”, quindi vissuta malvolentieri e talvolta evitata, così come il tempo impiegato tra viaggio di andata e ritorno e commissione in sé, viene considerato come “sprecato”.

Oltre a essere mutate le modalità di acquisto, si è riscontrato anche un vero e proprio cambiamento nelle preferenze di investimento: se fino a vent’anni fa un cittadino di ceto medio utilizzava le proprie risorse per l’acquisto di beni di largo consumo (come abbigliamento, accessori, elettrodomestici) per accrescere il proprio status all’interno della società, oggi la tendenza è quella di investire in attività quali viaggi, ristoranti e vita sociale.

Ovviamente, non tutte le “colpe” sono da imputare al consumatore. Spesso, una cattiva gestione del punto vendita, con frequenti episodi di rottura di stock, può risultare determinante per il fallimento dell’attività.

Certo, per mantenersi al passo con i tempi è necessario per ogni azienda che si rispetti appoggiarsi a un online store perfettamente funzionante, e la formula che unisce varietà, rapidità, flessibilità e ottima cura dell’esperienza di pre e post vendita, non sempre riesce bene. Ad avere la peggio sono i piccoli negozi, spazzati via dai grandi colossi del low cost e dell’industria fast fashion, che hanno dovuto fare i conti anche con un aumento degli affitti e dell’espansione dei centri commerciali, in cui confluisce molto più facilmente la clientela.

L’inevitabile bancarotta è stato il destino per decine di migliaia di punti vendita, e con la pandemia causata dal COVID-19, ci si aspetta un cospicuo aumento delle dichiarazioni di fallimento.

Il “Retail Apocalypse” avrà conseguenze anche in Italia?

La domanda sorge spontanea, analizzate le cause principali: dovremo scontrarci anche noi con il fenomeno?

La risposta è NI.

In Italia non si verificherà lo stesso identico scenario, ma un qualcosa di simile, complici le differenze strutturali sia a livello sociale che commerciale che ci distinguono dagli USA.

A differenza di quanto avvenuto oltreoceano dove a chiudere sono stati soprattutto i punti vendita facenti parte di grandi catene distributive, nel Bel Paese a essere colpite sono soprattutto le piccole attività. Tra queste, il settore dell’abbigliamento in maniera particolarmente forte. I centri commerciali, invece, sopravvivono e anzi migliorano: fortunatamente, non ci troviamo a far fronte a un eccesso di offerta come avviene in America, e ciò fa sì che l’italiano medio sia ancora affezionato ai servizi e alle esperienze offerte dai grandi centri per lo shopping che costellano il Paese.

Anche la GDO, comunque, ha risentito della crisi generale, passando da 28300 negozi nel 2013, a 25500 nel 2019. Gli unici a essersi mantenuti costanti nella loro progressiva espansione sono stati i discount.

Con la pandemia da COVID-19 a incrementare e intensificare i fattori di rischio per l’economia italiana e non solo, la situazione post 2020 non è di certo rosea. Complice il cambiamento forzato delle modalità di lavoro e spostamento e l’imposizione della cosiddetta “nuova normalità”, solo durante gli ultimi 12 mesi sono stati persi 380 000 posti di lavoro, e si attende un picco in negativo per chiusure e crisi di piccole e medie imprese.

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